Sito in aggiornamento! Iscriviti alla newsletter per sapere quando tornare a trovarci!
Non è stata solo una conferenza, ma una vera e propria chiamata alle armi – pacifiche ma determinate – per educatori, genitori e ragazzi. Organizzata dall’Associazione Scuola Famiglia e dall’Associazione NoiBERTACCHI, la serata dedicata alla Giornata Nazionale contro il Bullismo ha trasformato l’aula magna dell’Istituto Ticozzi in un laboratorio di riflessione collettiva. L'obiettivo della serata, introdotta dai presidenti Flavio Bisaglia e Davide Panzetti, è stato chiaro: smettere di considerare il bullismo una "ragazzata" e affrontarlo come un problema sistemico che richiede un nuovo patto di comunità.
La crisi degli adulti e la società della competizione
Ad aprire il dibattito istituzionale è stato l’Assessore al Welfare di Lecco, Emanuele Manzoni, che ha ribaltato la prospettiva classica. Invece di chiedersi solo "cosa hanno in testa i ragazzi", Manzoni ha invitato la platea a domandarsi "dove hanno la testa gli adulti". Il messaggio chiave è stato un atto di accusa verso una società costruita sulla prevaricazione e sulla performance a tutti i costi: non possiamo aspettarci empatia dai giovani se gli adulti mostrano un linguaggio d'odio e violenza. La soluzione proposta è un sistema di alleanze per non lasciare sole le nuove generazioni, sostituendo la cultura della competizione con quella della cura.
Un concetto ribadito da Biagio Di Liberto (Rete Mai più bullismo), che ha ricordato come la sfida sia "stare accanto a chi ha un silenzio che chiede di essere aiutato".
"Le parole sono pietre": la lezione di Giada Canino
Il cuore emotivo dell'evento è stato l'intervento di Giada Canino, campionessa paralimpica di danza sportiva, e di suo padre Elio. Giada, testimonial di Regione Lombardia, ha raccontato senza filtri il cyberbullismo subito: insulti legati alla sua sindrome di Down piovuti sui social mentre lei condivideva la sua gioia di ballare. Il suo messaggio è stato di una potenza disarmante: «Chiedere aiuto non è una debolezza, ma un atto di coraggio. Il bullismo uccide, non è uno scherzo». Giada non ha smesso di ballare, ma ha trasformato il dolore in una corazza.
Accanto a lei, papà Elio Canino ha sottolineato l'importanza cruciale della denuncia. Ha raccontato di come, di fronte all'odio online, la famiglia non si sia ritirata ma abbia risposto con un video virale che interrogava l'educazione dei "leoni da tastiera", arrivando a milioni di visualizzazioni. Il messaggio chiave per le famiglie è stato perentorio: «Questi episodi vanno denunciati. Non bisogna aver paura». Una perseveranza che paga, come dimostrato dall'episodio di Matera, dove due bulli, dopo aver ascoltato Giada, si sono avvicinati in lacrime per scusarsi.
La legge non perdona: l'intervento della Polizia di Stato
Dall'emozione si è passati alla cruda realtà giuridica con l'Ispettore Cantù della Questura di Lecco. Il suo intervento ha smontato il mito dell'impunità online e della "bravata". L'Ispettore ha chiarito che il reato di diffamazione via social è ormai "fatto e finito" e facile da provare. Ma il passaggio più scioccante per la platea è stato l'esempio pratico sullo scherzo da spogliatoio: fotografare o filmare un compagno nudo contro la sua volontà e diffondere l'immagine non è semplice bullismo, ma diffusione di materiale pedopornografico.
Cantù ha posto l'accento sulla responsabilità genitoriale: quando un minore commette un reato online, è l'intestatario della SIM (il genitore) a sedersi davanti alla polizia, spesso scoprendo in quel momento le azioni del figlio. Da quel momento inizia un vero e proprio calvario fatto di interrogatori, servizi sociali e costi anche di decine di migliaia di euro che la famiglia del “bullo” deve sostenere. L'Ispettore ha però offerto anche uno strumento di speranza e prevenzione: l'Ammonimento del Questore, una misura che permette di intervenire tempestivamente convocando le parti prima che la situazione degeneri in un processo penale irreversibile.
Revenge Porn: distinguere l'errore dalla colpa
La seconda parte della serata ha toccato un tema di bruciante attualità: il Revenge Porn, analizzato da Giulio Fabroni, regista per Ray Play e sceneggiatore della serie "Nudes".
Fabroni ha illustrato le dinamiche sottili di questo reato, che spesso nasce in contesti di fiducia e intimità tradita. Il messaggio chiave del regista è stato una distinzione fondamentale per l'educazione sentimentale dei ragazzi: la differenza tra errore e colpa.
Se un ragazzo o una ragazza commette l'errore (dettato da ingenuità o fiducia mal riposta) di condividere una foto intima, la colpa e la responsabilità penale ricadono interamente su chi quella foto la diffonde.
Fabroni ha invitato i ragazzi a rompere la catena della complicità: ricevere una foto non consensuale e non fare nulla, o peggio girarla ad altri, rende complici. Il vero coraggio sta nell'alzare la mano e dire "questo non si fa", bloccando la diffusione.
Prevenzione e futuro
Dopo l’esibizione della bravissima Giada Canino, la serata si è conclusa con un dibattito aperto e alimentato dalla prof. Valeria Cattaneo circa il ruolo della prevenzione e dell'uso della tecnologia.
È emerso come anche un semplice "like" o un'emoji possano essere percepiti come atti di bullismo o complicità nelle chat di classe. Sul fronte scolastico, si è discusso dell'esperimento di vietare i cellulari nelle classi prime, che ha portato a una inaspettata riscoperta della socializzazione "dal vivo" tra gli studenti, creando un amalgama di classe più solido rispetto a chi vive costantemente connesso.
In sintesi, la serata ha restituito una certezza: nessuno può chiamarsi fuori. Dalle istituzioni che devono vigilare, alle famiglie che devono educare, fino ai ragazzi che devono trovare il coraggio di non essere spettatori passivi. Come ricordato in chiusura, internet non dimentica, e per questo l'educazione digitale ed emotiva deve essere una priorità assoluta oggi, non domani.
Foto di alcuni momenti della serata